68 Ceppo – Michele Mari vince il Ceppo Pistoia Capitale del Racconto

Michele Mari vince il Ceppo Pistoia Capitale del Racconto. La motivazione di Benedetta Centovalli.


Michele Mari vince il Premio Ceppo Pistoia Capitale del Racconto 2024 per la grande capacità che hanno tutti i suoi libri, e in particolare le sue raccolte di racconti da Tu, sanguinosa infanzia (1997), a Fantasmagonia (2012) fino a Le maestose rovine di Sferopoli (2021), di inventare mondi attraverso una continua immersione nel fantastico e nella propria memoria affettiva. L’immaginazione nera e il fantastico di Michele Mari sono nutriti di Poe e di Hoffmann, di Steinbeck e di Melville, di Stevenson e London, di Gombrowicz e Lovecraft, fino a Buzzati e Landolfi, passando dal Calvino degli Antenati. La letteratura come il sogno ha a che fare con la realtà ma, come per il linguaggio dei sogni, la sua grammatica non è logico-razionale ma costruisce un linguaggio a parte, e non ha nulla a che fare con le parole della politica e dell’impegno. Se nella letteratura entra tutto, per Michele Mari al centro della sua scrittura si erge la sua biblioteca, da cui si irradia la possibilità di concepire un universo tutto suo. Il “romanzo” della vita di Michele Mari è composto da tutti i suoi testi editi, varianti che raccontano, secondo diverse personificazioni, l’infanzia reificata, l’adolescenza sofferta, i due opposti patrimoni genetici dei genitori, la sua mostrificazione, il sesso mancato e quindi il sesso più vero, il doppio, la lettura e la scrittura, la misantropia e la nevrosi, il tempo sospeso, il ripiegamento e la solitudine, i demoni e i fantasmi: “La mia impressione è di aver sempre più o meno scritto lo stesso libro, senza aver mai avuto la libertà di fare altrimenti. Ho una visione molto biopsichica e deterministica della creazione letteraria… Più ho coscienza di scrivere lo stesso libro, più investo e insisto nella diversificazione formale”, ha dichiarato Mari in un’intervista del 2019.

Da Di bestia in bestia (1989), La stiva e l’abisso (1992), Rondini sul filo (1999), Rosso Floyd (2010) fino a Leggenda privata (2017) e Locus desperatus (2024) è l’impasto di demoni e pasta sfoglia che dà vita a una scrittura come vendetta riguardo alla propria esistenza: “spassarsela nella fictio ma senza perdere il bio”. Non c’è scampo dalla propria vita, salvo, almeno per Mari, nella letteratura. La letteratura non come terapia, perché le nevrosi si raffinano, ma come balsamo nello scrivere: “Mentre scrivo sto meglio, la qualità della mia vita mi sembra migliore”. In Leggenda privata (il bio-romanzo summa richiestogli dalle Accademie dei Mostri, “isshgioman’zo con cui ti chonshgedi”), Mari riprende il racconto della propria vicenda solitaria e dolente dell’età giovane, fatta per sprazzi, elenchi e omissioni, che tocca le corde dell’esclusione  e del disagio nella ricerca di un respiro autonomo, maneggiando una lingua classica eppure modernissima, capace di invenzioni e inversioni, e premendo sul registro ironico, sul rovesciamento, sulla capacità di ridere delle proprie debolezze, dando vita ad alcune metafore luminose sulle ragioni dello scrivere, come quella del paguro costretto a cercare riparo dalle offese in una bella conchiglia di madreperla, una casa stregata, il suo Locus desperatus.