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Ceppo 70 – Il racconto fra 900 e il nuovo millennio – Lezione di Luca Ricci

IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “Il penultimo scalino prima della fine, a cura e con premessa critica di Paolo Fabrizio Iacuzzi (Metilene, 2025, euro 16.00), LUCA RICCI, scrittore e direttore della Giuria Letteraria del Premio Ceppo Racconto, tiene una LEZIONE SUL RACCONTO “Dal 900 al nuovo millennio” VENERDI’ 20 FEBBRAIO 2026 (ORE 9.00-11.00) nella AULA MAGNA DEL LICEO NIccolò Forteguerri. Introduzione di Walter Tripi, giurato del Premio e responsabile del Focus Ceppo sul Racconto


Riproduciamo dal “Focus sul racconto” tratto dal libro la risposta alla domanda: “Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?”

Ecco le mie tre parole chiave.

Velocità: a lungo ritenuta un disvalore letterario, non si capisce come uno scrittore di racconti possa prescinderne. Un racconto lento mi appare una contraddizione in termini. Non si tratta del turn page bestsellerista bensì di una condizione esiziale della forma breve, un racconto inizia per finire.

Montaggio: è una mia fisima compositiva che vale nel lungo quanto nel corto (ma nel corto anche di più): non contano le scene in sé ma in che ordine vengono sistemate. Una narrazione è una sequenza di scene, avere il controllo sulla sequenza è importante al pari di altri aspetti peculiari della composizione quali la lingua o la costruzione del personaggio. Cosa avviene prima e cosa dopo? È una domanda chiave e di solito sottovalutata.

Nostalgia: ogni narrazione ha a che fare col tempo, riguarda la propria durata, ma la scrittura lunga chiede di essere letta mentre la breve di essere riletta. Un racconto che funziona ti fa provare nostalgia di sé.

Riproduciamo, dall’introduzione di Massimo Onofri, quanto concerne Luca Ricci: 

Pochi avvertono il sentimento d’irrealtà, lo sgomentante senso di vuoto che nutrono la nostra contemporaneità, come Luca Ricci. Se così non fosse, mai avrebbe scritto una tetralogia dedicata alle stagioni e alla loro ciclica ineludibilità: “Gli autunnali” (2018), “Gli estivi” (2020), “Gli invernali” (2021), “I primaverili” (2023). Tra i suoi libri di racconti non si possono non citare “L’amore e altre forme d’odio” (2006), con cui l’anno dopo avrebbe vinto il Premio Chiara, “I difetti fondamentali” (2017) vincitore del Premio Selezione Ceppo e “Gotico rosa” (2024). I racconti di “L’amore e altre forme d’odio “sono occupati da una folla di mariti e di mogli, che conducono vite più o meno tranquille e routinarie, non di rado segnate dalla doppiezza e dall’inganno reciproco. Lo sappiamo: ci sono, nel sesso, ragioni che la ragione non può comprendere. A un certo punto, in Bel Ami di Maupassant, ci imbattiamo in questa massima: “tutti i mariti sono brutti”. Un’affermazione palesemente falsa e che contraddice ogni empirica evidenza: al pari delle fanciulle del catalogo che Leporello illustra a Donna Elvira, equamente ripartito tra belle e brutte, i mariti partecipano di tutti i gradi della scala dei valori estetici. Il buon senso però, in questo come in molti altri casi, non tiene in nessun conto del piano simbolico, che è l’unico invece a governare la sintassi dell’erotismo. Qual è dunque la verità profonda dell’affermazione di Maupassant? Che ogni uomo, diventando marito, qualunque sia il suo livello di avvenenza, fascino e sensualità, venga in effetti sottoposto a un processo di anestetizzazione estetica e di cloroformizzazione del desiderio. Sposarsi – questo pare voler dire lo scrittore francese –, e dunque riportare l’amore a un’ordinaria quotidianità, significa in termini erotici indossare occhiali che ci faranno vedere troppo, quando è vero che nessuna forma d’assoluto (e l’amore è forse la più alta e nobile) può sopportare troppo a lungo un’eccessiva esposizione alla vista. Tutti i mariti, dunque, sono brutti: ma anche le mogli. Oggi che riconsideriamo quel libro dal titolo eloquente, “L’amore e altre forme d’odio”, che segna quasi all’inizio la sua vicenda, ci rendiamo conto che le pagine di Ricci avevano un valore paradigmatico. In fondo l’amore, quando è vissuto come un’ossessione, non può non diventare un modo di odiarsi: come sa bene il protagonista di “Gli autunnali”, il quale, sfogliando in un mercatino romano un volume dedicato agli artisti di Montmartre, viene attratto dall’immagine ipnotica di Jeanne Hébuterne, la compagna di Amedeo Modigliani. Un’attrazione che diventa ossessione implacabile quando un giorno sua moglie invita a cena una cugina, somigliante in modo inquietante a Jeanne. Già, le donne… che sono le assolute protagoniste di Gotico rosa. Un libro in cui Ricci dimostra chiaramente che quella d’essere un maestro nell’arte del racconto è una fama tutt’altro che abusiva: per la notevole disposizione a inventare trame, per la drammaturgia del personaggio, per la felicità e facilità dei dialoghi, per la singolarità del punto di vista, per la limpidezza della scrittura ma, soprattutto, per la capacità di contrarre nel breve d’un racconto un destino. Che altro è in effetti un racconto, quando onora davvero il suo statuto, se non la fulminea comprensione e immediata restituzione d’un destino: quel destino che potrebbe invece risultare ancora oscuro a un uomo in carne e ossa che sta per morire. Uno dei racconti di “Gotico rosa” espone in epigrafe una massima di Cioran: “I sentimenti sinceri presuppongono una mancanza di riguardo verso di sé”. Si tratta d’una verità ambivalente e forse ambigua dentro cui folgorano i frammenti di un discorso interminabile: quello d’un originale anatomopatologo dell’amore. E della vita: che è sempre malvissuta.

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